Notizie dal South China Morning Post /3

Image (CC) by Ko Fujimura.

Image (CC) by Ko Fujimura.

Dalla cronaca quotidiana di Hong Kong, qualche piccolo crimine spiccio, in un giorno rigorosamente scelto a caso.

– Uomo arrestato per aver aggredito un poliziotto fuori dalla stazione.

Un 21enne è stato arrestato ieri per aver aggredito un poliziotto fuori dalla stazione di Yau Ma Tei. Alle 11 di mattina l’uomo, che a detta degli ufficiali appariva ubriaco, si è avvicinato ad un’auto parcheggiata fuori dalla stazione e ha colpito il il veicolo con un pugno. Il proprietario della vettura si è subito recato dalla polizia per denunciare il fatto. L’uomo ha aggredito uno dei due poliziotti intervunit immediatamente sulla scena [...]. L’uomo è stato trattenuto per accertamenti.

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August 16th, 2010 by ParkaDude | No Comments »

Passare di livello.

Foto: dadi informi, di quelli usati nei giochi di ruolo. (CC) by Fyda

Foto: dadi informi, di quelli usati nei giochi di ruolo. (CC) by Fyda

Ho iniziato coi giochi di ruolo che avevo 11 anni. Si giocava al vecchio Dungeons and Dragons, scatola rossa. Si tratta di creare storie, fondamentalmente. Uno fa il master (una specie di regista/dio), gli altri sono giocatori e ciascuno interpreta un personaggio. Si va dalle giocate rozze passate a squartare mostri alle lunghe sessioni di interpretazione. quasi teatrale. Dipende dal gusto di master e giocatori.

Onestamente non ho avuto cazzi di metter su un gruppo di gioco a Hong Kong e, come conseguenza, i giochi di ruolo mi mancano molto.

C’era un gioco di ambientazione cyberpunk (chiamato appunto Cyberpunk 2020) in cui le storie erano ambientate in un futuro sporco alla Blade Runner. “Corri sul filo del rasoio!“, ti invitava appunto il gioco. I personaggi erano solitamente sbandati, mercenari, cacciatori di taglie, hacker, ladri, rapinatori, cantanti punk in un futuro ipertecnologico, decadente e degenerato. Conducevano una vita randagia e nomade. Altri comandamenti di Cyberpunk 20202 erano “Il futuro è in movimento” e “Tutti i tuoi averi in una borsa 75×45!“. Si paventavano vite nomadi, spostamenti di città in città alla ricerca di nuove occasioni, pericoli ed avventure. Escludendo tutto il discorso del filo del rasoio e delle sparatorie, non ho potuto che ripensare a quel gioco mentre mi facevo un piccolo bilancio esistenziale. Ricordo la meravigliosa sensazione di libertà e mistero che mi avvolgeva prima di partire per Hong Kong la prima volta. Mi sentivo come un personaggio appena creato, con una storia ancora da scrivere. Quando lo dissi a M., che proprio in quel periodo inziava a lavorare, egli mi fece notare come curiosamente stesse vivendo la sensazione opposta (la laurea come un punto di arrivo, di fine, un punto di stabilità e non un nuovo inizio, un salto nel vuoto).

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August 12th, 2010 by ParkaDude | 7 Comments »

Causeway Bay by tram.

I lived in Causeway Bay since months ago. I like the area, the restaurants, the overcrowded streets (like Jardine’s Bazaar). In this one minute video I tried to catch the joyful atmosphere of a sunny day (and a warm evening) in Causeway Bay. I don’t know why but the Irish folk music seemed to fit perfectly the concept ~or maybe beer definitively ate up my brain.

Causeway Bay by tram from Simone Marini on Vimeo.

The background song is in copyleft! You can (legally and for free!) listen to and download the album here: http://www.jamendo.com/it/album/67364.

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July 31st, 2010 by ParkaDude | 6 Comments »

Cosa sta succedendo.

“Il luogo ideale per me è quello in cui è più naturale vivere da straniero.”

Italo Calvino; Pagine autobiografiche, Palomar-Mondadori

photo (CC) by thierry llansades

photo (CC) by thierry llansades

Penso sia la prima volta che passano così tanti giorni senza che questo blog venga aggiornato. Mi sento quasi in colpa. Resto a farmi consumare dalla vita, a vivere eventi che sicuramente non si possono raccontare su internet. Tra pigrizia e cose da fare mi sorprendo sempre in mutande, coi capelli sporchi che penzolano.

Avevo in programma tutta una serie di post su Hong Kong per cui avevo raccolto molto materiale, materiale che giace lì, inerte, nel mio hard disk portatile, insieme agli articoli da leggere, alle slide di statistica bayesiana e al corso di mandarino. Dico di essere vittima del caldo, eh. Ma mi faccia il piacere, come diceva Totò, il caldo è niente visto che a Singapore camminavo gioiso sciogliendomi sotto il sole per gustarmi nuovi angoli di città e nuove facce.

Ma adesso mi rimetto a scriverlo, e a scrivere, in generale. Adesso. Oddio, magari non proprio adesso, magari domani. Domani forse, intendo dire. Ma dopo domani, sicuramente. Ahah.

“Il luogo ideale per me è quello in cui è più naturale vivere da straniero.”Italo Calvino; Pagine autobiografiche, Palomar-Mondadori

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July 19th, 2010 by ParkaDude | 7 Comments »

Quella libreria sopra al mattatoio

Con titolo così, uno magari si immagina un’esagerazione o una metafora. No. C’è davvero e si trova a Penang, Malesia. Ci ho messo piede e mi sono sentito fortunato. Come ogni luogo mitico, la libreria sopra al mattatatoio è nascosta, anonima all’esterno, non ha un sito internet, e se nessuno te la mostra risulta (quasi) impossibile trovarla.

Mi ci ha portato un amico (chiamiamolo Monkey Motherfucker, suo nome d’arte quando suonava con i Nerds), il quale a sua volta  è stato portato da un altro amico (Omar, un professore spagnolo che ha insegnato per tre anni alla Universiti Sains Malaysia di Penang. Come Omar abbia scoperto la libreria, non lo so).

Si arriva da una strada laterale, nel centro di Penang. C’è sempre un disperato a fare da parcheggiatore abusivo. Può trattarsi di un vecchio emaciato, di una vecchia che porta sul corpo i segni crudeli della sua vita di stenti, di un mendicante o di un individuo deforme. Queste persone indicano un posto libero per parcheggiare l’auto, un posto che si vedrebbe comunque. Tendono le mani per gli spiccioli, poi. A seconda che prendano monete o insulti, rispondono con sorrisi sdentati o incomprensibli maledizioni.

L’edificio vecchio prefabbricato tozzo, in cattivo stato, coi muri un po’ scrostati. Al piano terra c’è la carne. Mosche, incrostazioni, quarti di animali appesi, ceste di frattaglie e budella. A lato dell’ingresso, una scala di metallo esterna che sembra quella delle uscite di sicurezza. Al piano superiore, la libreria.

Continua a leggere (sul sito di Samgha)

Con titolo così, uno magari si immagina un’esagerazione o una metafora. No. C’è davvero e si trova a Penang, Malesia. Ci ho messo piede e mi sono sentito fortunato. Come ogni luogo mitico, è nascosto, anonimo all’esterno, non ha un sito internet, e se nessuno ti ci porta, risulta (quasi) impossibile trovarlo.

Mi ci ha portato un amico, facendo di me un iniziato. Tale amico (chiamiamolo Monkey Motherfucker, suo nome d’arte quando suonava con i Nerds) è stato portato a sua volta da Omar, uno spagnolo che ha insegnato per tre anni all’università di Penang. Come Omar abbia scoperto la libreria, non lo so.

Si arriva da una strada laterale, nel centro di Penang. C’è sempre un disgraziato a fare da parcheggiatore abusivo. Può trattarsi di un vecchio emaciato, di una vecchia che porta sul corpo i segni crudeli di una vita di stenti, di un mendicante o di una persona deforme. Queste persone indicano un posto libero per parcheggiare l’auto, un posto che si vedrebbe comunque. Tendono le mani, avidi di spiccioli, per aver indicato un’ovvietà. A seconda che prendano monete o insulti, rispondono con sorrisi sdentati o incomprensibli maledizioni.

L’edificio è un vecchio prefabbricato tozzo, coi muri un po’ scrostati. Al piano terra c’è la carne. Mosche, incrostazioni, un odore pungente. Quarti di animali appesi, ceste di frattaglie e budella. A lato dell’ingresso, una scala di metallo esterna che traballa leggermente quando cali sopra il piede per salire. Al piano superiore, la libreria.

L’inferno, per chiunque sia allergico agli acari. Polvere come su un’altipiano riarso e odore di scantinato. I libri, a pile, a mucchi, ammassati dovunque. Due semplici regole: (a) non si vendono libri nuovi, i libri devono essere usati e (b) i libri sono disposti a caso. Il piano non è un negozio unico, ma un mosaico di chioschetti e banchetti, microlibrerie, ammassate l’una addosso all’altra, tanto che è impossibile per un avventore avere un’idea chiara di dove inizino e dove finiscano. I proprietari sono uomini magri, non troppo dissimili dai vecchi disgraziati che chiedono la manetina per i parcheggi, e sono silenziosi. Non parlano fra loro, stanno immobili e ti seguono con lo sguardo (poiché ovviamente non si tratta un luogo con molti clienti).

Ci si avventura a caso fra i volumi. Nel caso più fortunato, sono impolverati e ammassati in vecchie librerie, ma almeno è possibile leggere i dorsetti. Altrimenti sono impilati a partire dal pavimento, magari su più file, bisogna ficcare le dita tra la polvere, scostarli e curiosare. Non importa quanto cercherai bene: sai che non potrai mai esaminare tutto, tutti gli angoli dimenticati, tutte le scansie sommerse dai volumi, e qualcosa per forza dovrà sfuggirti. La sensazione è strana, come essere un  cercatore d’oro col setaccio in mano, hai esaminato con cura quella parte del fiume, ma magari c’è un pepita brillante, una piccola pepita, solo qualche metro più in là, magari, e basterebbe setacciare per un metro, solo un metro, un metro ancora… ma il fiume così grande!

Ci si trova di tutto: volumi in inglese, in cinese,  in arabo, in Malay. Romanzi, dizionari, vecchi fumetti, manuali scolastici (dai sussidiari delle elementari ai libri universitari), una massa consistente di romanzi commerciali e best seller, dai primi anni settanta fino a quelli più recenti. L’amico menzionato prima si appassiona alle guide, e se ne trovano di recenti e di antiche, di ben tenute e di completamente rovinate. Ci sono anche libri di naturalistica, di economia, di ingegneria. Trovo diversi manuali di fine anni ‘70 su come scrivere i compilatori. Insieme ad un antico manuale di linguaggio Cobol, farebbero la gioia di una schiera di appassionati di vecchie tecnologie.

Viaggio leggero e non posso mettere in valigia che pochi volumi. Trovo un piccolo breviario di embriologia di fine anni ‘60, in bianco e nero, con schemi e disegni. Lo appoggio temporaneamente su uno scaffale, pensando ingenuamente: tanto lo ritrovo. Perso per sempre. Non riuscirò più a metterci le mani, perso nel labirinto.

Alla fine, ad un prezzo ridicolo, compro due libri. Uno è un atlante delle malattie del cavo orale, con 142 foto disgustose di tumori, odontomi ed infezioni (foto collezionate a Londra negli anni ‘80, il libro è poi stato donato ad una biblioteca del British Council malesiano, che l’ha debitamente timbrato). L’altro libro si intitola Castle Death, nella sua edizione originale del 1986: valore affettivo incalcolabile. Lo lessi per la prima volta a 10 anni, tradotto in italiano come Il Castello della Morte, e non ho resistito quando l’ho rivisto in inglese, complice la mia padronanza della lingua leggermente migliorata da allora. Si tratta di una di quelle storie a bivi, dove il lettore decide quali saranno le azioni dell’eroe, che invitabilmente deve salvare il mondo sventrando orribili mostri. E quale bambino di 10 anni (o ingegnere di 29) non ha mai voluto ammazzare i mostri a colpi di spada? L’ho riletto (rigiocato) con gusto sull’aereo che mi portava da Penang a Singapore.

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June 25th, 2010 by ParkaDude | 9 Comments »