Quella notte del vomito a Londra

Indian food. (CC) by eddie welker

Indian food. (CC) by eddie welker

Era la primavera del 2003, se non ricordo male.

Andammo una settimana a Londra: io, S. e due donne(*). A parte, arrivarono anche W. e A.: mentre noi quattro dormivamo in uno squallido ostello (ancora non conoscevo il couchsurfing), W. e A. si erano sistemati in un albergo.

Eravamo a Londra tutti e 6 anche per incontrare due amiche che ivi si erano trasferite temporaneamente onde migliorare il loro inglese frequentando appositi corsi e lavorando come sguattere. Una di loro sarebbe poi diventata la donna storica di S.; passavamo le sere in giro, spesso finivamo a casa delle amiche sopracitate, a Camden Town, e durante le giornate visitavamo la citta’. Io, che odiavo Milano, per assurdo trovai Londra molto piu’ vivibile.

La serata peggiore (e migliore) fu la serata del vomito.

Tutto inizio’ quando incontrammo per caso un drogato. Camminavamo per la strada, di pomeriggio, e trovammo un uomo sandwitch che faceva pubblicita’ ad un risotrante. Era davvero un derelitto: emaciato, sguardo spento, occhiaie, ciondolante. Sopra i vestiti indossava due cartelli di plastica che invitavano al “Pride of India”. Tutto a volonta’, self service, per qualcosa come 6 sterline. Io e S. ci scambiammo uno sguardo e capimmo al volo che quella sera saremmo andati tutti al Pride of India.

E cosi’ fu. Il posto, ovviamente, era una bettola lercia e maleodorante. Mentre gli altri mangiucchiavano malevolentieri, io e S. fummo gli unici a fare il bis coi piatti pieni di pietanze indiane che emavano effluvi di curry, cipolla, coriandolo e tutte quelle spezie tanto care agli indiani. A. in queli giorni era gia’ un po’ debole di stomaco di suo, e particolarmente prona agli odori estranei, come appunto quelli della cucina indiana. Per questo motivo S. non perse l’occasione di tormentarla con racconti disgustosi. Si raggiunse il culmine quando A. chiese, innocentemente, a cosa serviva un grosso otre di vetro posto vicino al tavolo. S. le rispose: “Adesso ti faccio vedere a cosa serve” e, raccolto il vaso, mimo’ di vomitarvi all’interno e poi, non soddisfatto, di bere il suo stesso vomito.

A questo punto la povera A. cedette e corse in bagno a vomitare davvero. Peccato che per sbaglio imbocco’ la porta della cucina e per poco non vomito’ addosso alla sporca grassa vecchia sciatta cuoca, che le madonno’ dietro in hindi. A., fuggendo dalla cucina, riusci’ a raggiungere il vero cesso e finalmente si libero’ lo stomaco.

Dopo cena, penzolammo un po’ per la citta’ e ci  trovammo a cazzeggiare a Trafalgar square. Passo’ un uomo che camminava rapidamente. Era quasi calvo, coi capelli cortissimi, non piu’ di quarant’anni, con un bomber nero vagamente nazi e una camicia bianca, in mano una valigetta di pelle. Lo vidi con la coda dell’occhio, senza prestarvi attenzione. Poi sentii un rumore simile a “BLLUEEEEEEEAAAAAAUUUURGHblblblbl…”. Il tizio aveva appena lasciato dietro di se’ una chiazzona di vomito rosa pallido, da vino. E non aveva mai smesso di camminare. Lo vidi continuare imperterrito, come se avesse solo starnutito, mentre si puliva la bocca con un fazzoletto. Di fronte a questa scena, A. corse in un angolo e vomito’ a sua volta. Poi decise che sarebbe stato meglio andare a casa, comprensibilmente, e con W. si diresse verso l’albergo.

A quel punto decidemmo di andare a Camden Town, a casa delle piu’ volte menzionate amiche, ove probabilmente una festa era in corso. La metro era chiusa, prendemmo il bus.

Mi ritrovai seduto accanto a S., sul piano rialzato dell’autobus, nella notte. Qualcuno, in fondo, si accese una canna. Un odore intenso di erba si diffuse immediatamente per tutto l’autobus e, come reazione, un ubriaco a non piu’ di due posti da me volto’ la testa e rigurgito’ tra i sedili, con una certa discrezione, devo dire. BBBlluuueaaarrgh. Qualcuno protesto’ svogliatamente, poi il silenzio.

Arrivati a casa delle amiche buone trovammo effettivamente una festa, a cui partecipava anche un uomo col cappello, un polacco mi pare. Indossava un cappello, come gia’ detto, un cappello da gangster anni ‘30, e aveva i capelli lunghissimi raccolti a treccia. Mi ci trovai seduto vicino, chiacchierammo un po’. All’alba, se non ricordo male, per il troppo bere vomito’ anche lui.

~ ~ ~

(*) Da una di esse, a fine vacanza, mi presi un bel due di picche in uno Starbucks. Ma da vero uomo, ressi il colpo sorridendo e passando una giornata da solo per musei. Ressi anche quando, seduti tutti e quattro attorno ad un tavolino, in aeroporto, l’altra donna inizio’ a canticchiare un motivetto di Elio e le Storie Tese: “lei ti ha dato il due di picche…”.

~ ~ ~

Un altro paio di ricordi di quella vacanza consistono in (1) un mio dialogo alcolico con un francese riguardo al fatto che le radici del nazismo si trovano in Fichte, per via della sua idea di pangermanesimo e (2) ci appropinquavamo ad uscire alle due di notte dell’ultima sera, con l’aereo da prendere a mezzogiorno del giorno successivo, e il nostro compagno di stanza ci sconsiglio’ vivamente di uscire: “E’ tradissimo! Dove dovete andare? Rischiate di perdere l’aereo domani!”. S. lo guardo sorridendo e, candido, gli rispose: “But we are heros!”.

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5 Responses to “Quella notte del vomito a Londra”

  1. Masque Says:

    a quella dell’autobus non ho più retto e mi sono messo a ridere come un cretino:-D

  2. Erica Says:

    AHAHAHAHA ma mitico il Pride of India XD

    1) sto ridendo come un’imbecille.

    2) Povera A. XD

    3) sei veramente un pirla. Mi ricordo una delle nostre cene in un indonesiano a Causeway Bay, con quel mitico gatto in cucina XD

  3. ParkaDude Says:

    Masque: fa sempre piacere sapere di far ridere un amico! :)

    Erica: quel maledetto schifoso gatto che aveva la liberta’ totale di muoversi dove voleva in cucina! Mi ricordo… e tu anche lo accarezzavi, ahahahahah

  4. Anonymous Says:

    dutur, sei sempre deeply poeta…. :)
    ciao maria grazia

  5. Masque Says:

    grazie dell’”amico”, amico ;-)

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