Chi parte e chi resta (considerazioni che non pensavo necessarie, e invece è sempre meglio farle)

Damascus - Hijaz Train Station

Siria: Damascus - Hijaz Train Station (CC) by Magh

Scrivo questo post per chiarire un paio di punti su cui, mio malgrado, mi rendo conto di essere stato oscuro. Perdonatemi.

NON HO MAI PENSATO che chi resta in Italia è sfigato, e chi se ne va è un superfico.  Ma che ragionamento sarebbe? (certo penso che la situazione in Italia faccia schifo, e siano molti a volersene andare) . Questo per mettere le cose in chiaro da subito. Procediamo con ordine.

Ho manifestato la voglia di levarmi dalle balle permanentemente dal 2005 o giù di lì. Poi per concretizzare la cosa ci ho messo degli anni, ovviamente, per evitare di partire col fagotto in spalla. Sono partito col dispiacere di lasciare Pavia e Voghera, due posti niente di che, la profonda provincia con tutto quel che ne consegue, ma in cui avevo saputo scavarmi una nicchia confortevole, una serie di affetti e amicizie che mi tenevano solida la vita. Non me ne sono andato per via delle persone (che comunque sto perdendo, nel tempo, sopprattutto per colpa mia), me ne sono andato perchè ero e sono goloso di mondo. Me ne sono andato perché l’Italia mi sembrava troppo piccola, e perché l’idea di fare il pendolare a Milano mi  terrorizzava. Avevo e ho voglia di saturarmi di Asia, e non solo, di altre teste, di altri sapori.  Looking for adventure, and whatever comes our way. Un viaggio ogni tanto non è abbastanza. Io, il turista, lo voglio fare solo quando torno a casa.

Nel 2007, esternando queste considerazioni (“io lascio questa m..a di paese!”), fui accusato di codardia. Mi sembrò illogico e stupido. Se la mia terra è in una situazione economica e politica che fa schifo, e io non ho le forze per cambiare le cose, perchè ci devo stare? Se ho voglia di vivere altri luoghi, perché devo abbruttirmi restando nello stesso posto? Questo discorso, cosa fare per la propria terra, è molto complesso e mi riservo di affrontarlo meglio in un altro post. Per ora dico solo che mi sento orgoglioso di essere di Europeo, ma non di essere Italiano, e che il fatto di essere nato e cresciuto in Oltrepò non mi fa sentire in obbligo verso l’Oltrepò stesso. Quel che devo non lo devo alla mia terra, ma alle persone che l’hanno calpestata con me e con le quali ho condiviso sbronze, tragedie, baccanali, racconti e a volte anche cazzotti. Persino quelli che mi hanno tradito, e quelli che ho tradito io. A loro devo quello che sono. Tutti, tranne pochissimi, sono rimasti in Italia. Non mi è mai passato per la testa di giudicarli perché non hanno fatto delle scelte estreme come la mia. Ma può sembrare logico accusarsi a vicenda, chi emigra e chi resta? Uno che dà del codardo all’altro perché è scappato, come se ci fosse una guerra (e poi che male ci sarebbe a scappare dalla guerra?), l’altro che si crede fico solo perché ha avuto la forza di andarsene, quando ciò non implica che automaticamente tutti vogliano emigrare. Dipende insomma da cosa uno vuole.

Etichettare chi parte e lascia l’Italia come codardo, oppure dire che automaticamente chi resta è uno sfigato, è un’analisi che trovo molto superficiale.

Non ho mai pensato di dover esplicitare questi concetti perché mi sono sempre parsi ovvi, li davo per scontati, ma è  sempre meglio specificare. Nessuno mi obbliga a partire se sto bene dove sono, nessuno mi obbliga a restare se voglio partire. Ma cazzo, è palese che ognuno di noi sia diverso, abbia diversi sogni e aspettative. Certo, non tutti hanno la forza o l’intelligenza di sapersi analizzare, sgrassare e grattare via le incrostazioni che la famiglia e la società ci hanno lasciato addosso, a furia di starci immersi fino al collo e oltre, per capire alla fine cosa è meglio decidere della propria vita.

Ma una volta capito quel che uno vuole davvero, allora è fatta. Basta seguirlo e rassegnarsi al fatto che i desideri sono cangianti e mutevoli, ma di solito seguono una direzione, un sentiero, abbastanza chiaro. E lo so che sembra una cagata new age a dirla così, ma una volta che hai tirato giù le fronde a colpi di machete, il sentiero si rivela.

L’unico che sbaglia è chi resta e  però vorrebbe andarsene, chi si lamenta della propria vita senza pianificare dei modi (per quanto pericolosi o difficili) di cambiarla. Perché questo, sì, lo dico e lo penso: se te ne vuoi andare, puoi farlo. Ma niente di più di così.

Per concludere, da buon razionalista, allego una prova oggettiva che l’ho sempre pensata in questo modo e questo è un post chiarificatore e non riparatore, e anche i peggio paranoidi saranno rassicurati. Alla pagina di un altro blog: http://www.tripluca.com/riflessioni/uncategorized/ ho scritto, nel commento numero 16:

La maggior parte degli amici che ho e’ ancora in Italia, e si tratta di persone parecchio interessanti e uniche.

E il commento è datato 30 settembre 2009. Ho sempre parlato di darsi una scrollata e inseguire i sogni, sì, ma questo non implica che i sogni giusti siano i miei e quelli degli altri siano sbagliati.

Adesso la pianto con questa logorrea di post. Spero che ci siamo capiti, eh.

Asia, I am coming!

Russia: Sunset Over Penza and The Train Station
Russia: Sunset Over Penza and The Train Station (CC) by maticulous

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9 Responses to “Chi parte e chi resta (considerazioni che non pensavo necessarie, e invece è sempre meglio farle)”

  1. enrico bo Says:

    Bravo, concordo in pieno, ma è sempre bene ribadirle le cose.

  2. silvia Says:

    ho letto un paio di post, e.. hai tutta la mia stima!
    anch’io, come te e come molti altri, ho trascorso un periodo (pur breve) all’estero, in Spagna..
    non è coraggioso chi si perde tra la folla; è coraggioso chi sa guidare sè stesso lungo il proprio sentiero. perchè scegliere è proprio questo: affrontare la novità, probabilmente rinunciando a ciò che conosciamo e che nonostante tutto ci rassicura.
    bravo simone!

  3. M Says:

    Non entro nel merito. A me piace il racconto zen del tipo che riceve in regalo un cavallo. E’ sempre troppo presto per trarre conclusioni. E quando si potrebbero trarre davvero, quando sarebbe il momento giusto, è troppo tardi.

    Giovane Maro, sono tornato da una mezz’oretta scarsa dal luogo della mia (prima) mostra. Ho tirato giù le foto dalle pareti, l’ho fatto scansando una sensazione un po’ triste, per una cosa che finisce. In autostrada ho pensato che te ne eri andato e che adesso mi tocca aspettare un fottìo di tempo per rivederti. Ho pensato un po’ a tutto il tempo nel quale ci siamo persi di vista. Quando mi son reso conto che era una stronzata non discutere con te almeno sette o otto volte al giorno, eri già in Asia.

    Behave, mi raccomando.
    E portiamo avanti le idee che abbiamo buttato lì.

    Si sa mai che a primavera nasca qualcosa. :)

  4. maria grazia Says:

    ma…e la libertà…? è questione di libertà. digli che non scassino.
    ciao. maria grazia

  5. Davide Says:

    Quando me andai dall’Italia, certi conoscenti invidiosi mi dissero “Beato te. Che coraggio che hai!”. Io rispondevo: “Sei tu il coraggioso, che rimani e tieni duro. Io sto scappando.”

  6. ParkaDude Says:

    enrico bo, silvia: grazie!

    M: certamente! La danza delle relazioni umane segue pattern complessi, ma non troppo. Tu poi che certe cose le hai studiate, scommetto che le sai meglio di me!

    maria grazia: non hanno mai scassato, per fortuna! :) sono io che spesso sono troppo vittima di delirio da onnipotenza.

    Davide: e’ una risposta mi pare molto buona!

  7. Ombretta Says:

    hey, roommate!
    “ma cosa ci vai a fare in (nome del paese prescelto)?! non ci stai più bene qui?!”
    Risposta: “no”

    “fino in (nome del paese prescelto)?! valà che meglio che a casa tua non ce n’è”
    Risposta: “…”

    “ah, no, io non ho certo bisogno di andare in (nome del paese prescelto) per vedere il mondo, io sto bene a casa mia, cosa vado a fare fin là?”
    Risposta: “!!?”

    e tralascio la quantità di domande sui “dispiaceri che dai a tua madre”, o sulla nostalgia di casa, o altre ironie.

    :)

  8. simon Says:

    Mostra grande coraggio chi resta e si impegna a migliorare la propria terra, e chi parte, lasciando la propria “zona comfort” costruita in tanti anni per costruirsi una nuova esistenza.
    D’accordo con te, codardo è chi si lamenta ma non fa nulla per risolvere la propria situazione.

  9. Erica Says:

    La nostalgia di casa rimane sempre…la cosa più brutta che ci sia è tornare e vedere i tuoi genitori visibilmente invecchiati. E, chiaramente, il senso di impotenza che ne deriva.

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