TerraMare, Sealand. Non è una nazione riconosciuta dall’ONU ma è abbastanza per farci un paradiso fiscale. Non era un’idea così ritrita, infatti, negli anni ‘60, quella di impadronirsi come pirati di un atollo in acque internazionali e farci un paradiso fiscale. Adesso lo so che ci abbiamo pensato tutti ma allora non era scontato.
La storia di TerraMare (appunto, SeaLand) comincia una settantina di anni fa, durante la seconda guerra mondiale. Gli inglesi erano giustamente terrorizzati dalla prospettiva che i nazisti entrassero in casa loro. Perché allora non costruire un avamposto di vedetta permanente nella Manica? E lo costruirono, nel 1943. Si chiamava Fort Roughs: una piccola piattaforma con una basamento in cemento e due colonne gigantesche, sempre in cemento. Certo che metterlo troppo vicino all’Inghilterra era un rischio: e se non ci fosse stato il tempo di avvertire, in caso di invasione? Così -andando leggermente contro le regole- gli inglesi installarono la piattaforma di Fort Roughs in piene acque internazionali, molto più in là del limite delle tre miglia marittime che al tempo erano le acque territoriali.
Poi la guerra finì e la piattaforma fu abbandonata. Nel 1967 Paddy Roy Bates, un militare britannico, salì su un motoscafo e arrivò fino alla piattaforma. Ribattezzò Fort Roughs chiamandola Sealand, una nuova nazione, di cui si autoproclamò sovrano. Così da potersi fare le sue leggi, i suoi passaporti, il suo paradiso fiscale, i suoi francobolli e finanche i suoi atleti per le competizioni internazionali. Il lettore curioso troverà in rete fatti documentati circa SeaLand, compreso il sito governativo ufficiale (http://www.sealandgov.org/).
Paddy Roy Bates è un avventuriero: giusto per citare due eventi interessanti, nel 1978 SeaLand fu messa sotto assedio e conquistata, il figlio di Bates fu rapito. Bates riuscì a riconquistarsi il suo regno a cazzotti e impiegando un elicottero da guerra; il figlio fu rilasciato in Olanda. Nel 1997, invece, tutti i passaporti di SeaLand furono revocati a causa delle troppe imitazioni circolanti.
Ma metterci dei server per il gioco d’azzardo? Già fatto.
E per il file sharing, visto che, in teoria, non esistono leggi sul copyright su SeaLand? Nel 2007 il noto “The Pirate Bay” negoziò l’acquisto dell’intera fortezza, ma la trattativa non andò a buon fine.
Paddy Roy Bates azzardò al momento giusto: adesso un’operazione simile non si può più fare. Al tempo, le leggi in materia erano abbastanza nebulose o carenti (ad esempio, lo United Nations Convention on Law of the Sea è solo del 1984), mentre ora la disciplina è ben regolamentata. Il limite delle acque territoriali è di 12 miglia marittime e le vere e proprie acque internazionali si raggiungono solo superate le 200 miglia marittime di distanza (370 chilometri) dalla costa. Quindi un’operazione SeaLand è ancora in teoria possibile, ma solo su atolli o piattaforme sperduti negli oceani: un’operazione che richiederebbe spese molto ingenti, non un tizio incazzato con un fucile e un motoscafo. Nel caso vogliate costituire una cooperativa per pianificare la dichiarazione di una nuova nazione, mandatemi pure un messaggio: marini.simone.dude (presso) gmail.com
February 20th, 2010 by ParkaDude | 7 Comments »