Quella notte del vomito a Londra

Indian food. (CC) by eddie welker

Indian food. (CC) by eddie welker

Era la primavera del 2003, se non ricordo male.

Andammo una settimana a Londra: io, S. e due donne(*). A parte, arrivarono anche W. e A.: mentre noi quattro dormivamo in uno squallido ostello (ancora non conoscevo il couchsrufing), W. e A. si erano sistemati in un albergo.

Eravamo a Londra tutti e 6 anche per incontrare due amiche che ivi si erano trasferite temporaneamente onde migliorare il loro inglese frequentando appositi corsi e lavorando come sguattere. Una di loro sarebbe poi diventata la donna storica di S.; passavamo le sere in giro, spesso finivamo a casa delle amiche sopracitate, a Camden Town, e durante le giornate visitavamo la citta’. Io, che odiavo Milano, per assurdo trovai Londra molto piu’ vivibile.

La serata peggiore (e migliore) fu la serata del vomito.

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February 7th, 2010 by ParkaDude | 3 Comments »

Primo giorno da assistente

Una bella lavagnata di orbitali. (CC) by Rionda

Una bella lavagnata di orbitali. (CC) by Rionda

Questo semestre inizia con “la lettera”. Mi hanno chiamato come assistente per un corso della triennale, una roba del tipo: principi di tecnologie varie per paciugare con gli esseri viventi allo scopo di fregare gli svantaggi dell’evoluzione (organi artificiali, pastrugni col DNA, etc.). Va bene.

Devo presentarmi alla prima lezione. Alle 9 di mattina di lunedi’, ovviamente. Va bene, si puo’ fare, e che sara’ mai. Dunque mi sveglio e mi preparo. Visto che non mi pare il caso di presentarmi vestito come un eroinomane, mi concio bene, arrivando financo a trasformare la barba in qualcosa di differente da un ammasso nero ricciuto e indossare una cintura (ma la cravatta no. Eccessivo). Esco di casa e prendo la metro per Choi Hung. Sono ampiamente in orario, raggiante con le mie occhiaie fresche.

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February 1st, 2010 by ParkaDude | 8 Comments »

While Prince Edward sleeps

I spent few nights wandering in my neighborhood. Prince Edward is a lively place during the day (street markets, restaurants…), but not a living hell like Mong Kok.

During the night, of course, the city is sleeping. A bunch of taxis, few bars open all night, some junkies slowly walking nowhere, and me.

While Prince Edward sleeps from Simone Marini on Vimeo.

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January 29th, 2010 by ParkaDude | 4 Comments »

Bere meno, bere tutti.

(CC) by Mr. T in DC
(CC) by Mr. T in DC

Speriamo di rimanere in salute abbastanza da poter continuare a bere vita natural durante. Questo per essere chiari. Anche se, come mi ha detto una volta Battig, dopo i 30 anni tutto quello che hai fatto prima ti ritorna indietro (personalmente, non ho ancora varcato la linea, vedremo).

Bere ha questo fascino da maledetti, ovviamente, come ogni droga, e il non trascurabile aspetto positivo dell’ebbrezza, che spesso serve anche a richiamare demoni e fantasmi da dentro. E’  utile, questo effetto, per vedere che schifo di bestie hai dentro ed eventualmente impegnarti, dopo, per ammansirle a sprangate.

Bere come una rockstar, pero’, e’ controproducente. Specialmente quando ti rendi conto che non sei una rockstar. Certo, a tutte le persone assennate piacciono Bukowsky, Jim Morrison, Mick Jagger, Ozzy Osbourne. Ma alla mia eta’ Morrison era gia’ morto da un anno, Bukowsky e’ il classico esempio outlier statistico distante di tre delta dalla media della gaussiana, Jagger e’ diventato un salutista e Osbourne si deve curare di brutto. In ogni caso hanno i miliardi per tenersi in forma e il personal trainer. E il successo e milioni di fan. Anche non li avessero, chi se ne frega: tu non sei ne’ Osbourne, ne’ Jagger, ne’ Morrison, ne’ Bukowsky.

Piace bere. Piace il gusto del vino. Piacciono le birre e il vin santo. Piacciono i lunghi discorsi alcolici strascicati e incoerenti, ove rivelazioni inaspettate fanno capolino tra gli sbiascichi, come pepite d’oro nel fango. Ma bere deve essere un contorno, non la parte essenziale. Born to be wild non vuol dire born to be drunk.

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January 23rd, 2010 by ParkaDude | 8 Comments »

Chi parte e chi resta (considerazioni che non pensavo necessarie, e invece è sempre meglio farle)

Damascus - Hijaz Train Station

Siria: Damascus - Hijaz Train Station (CC) by Magh

Scrivo questo post per chiarire un paio di punti su cui, mio malgrado, mi rendo conto di essere stato oscuro. Perdonatemi.

NON HO MAI PENSATO che chi resta in Italia è sfigato, e chi se ne va è un superfico.  Ma che ragionamento sarebbe? (certo penso che la situazione in Italia faccia schifo, e siano molti a volersene andare) . Questo per mettere le cose in chiaro da subito. Procediamo con ordine.

Ho manifestato la voglia di levarmi dalle balle permanentemente dal 2005 o giù di lì. Poi per concretizzare la cosa ci ho messo degli anni, ovviamente, per evitare di partire col fagotto in spalla. Sono partito col dispiacere di lasciare Pavia e Voghera, due posti niente di che, la profonda provincia con tutto quel che ne consegue, ma in cui avevo saputo scavarmi una nicchia confortevole, una serie di affetti e amicizie che mi tenevano solida la vita. Non me ne sono andato per via delle persone (che comunque sto perdendo, nel tempo, sopprattutto per colpa mia), me ne sono andato perchè ero e sono goloso di mondo. Me ne sono andato perché l’Italia mi sembrava troppo piccola, e perché l’idea di fare il pendolare a Milano mi  terrorizzava. Avevo e ho voglia di saturarmi di Asia, e non solo, di altre teste, di altri sapori.  Looking for adventure, and whatever comes our way. Un viaggio ogni tanto non è abbastanza. Io, il turista, lo voglio fare solo quando torno a casa.

Nel 2007, esternando queste considerazioni (”io lascio questa m..a di paese!”), fui accusato di codardia. Mi sembrò illogico e stupido. Se la mia terra è in una situazione economica e politica che fa schifo, e io non ho le forze per cambiare le cose, perchè ci devo stare? Se ho voglia di vivere altri luoghi, perché devo abbruttirmi restando nello stesso posto? Questo discorso, cosa fare per la propria terra, è molto complesso e mi riservo di affrontarlo meglio in un altro post. Per ora dico solo che mi sento orgoglioso di essere di Europeo, ma non di essere Italiano, e che il fatto di essere nato e cresciuto in Oltrepò non mi fa sentire in obbligo verso l’Oltrepò stesso. Quel che devo non lo devo alla mia terra, ma alle persone che l’hanno calpestata con me e con le quali ho condiviso sbronze, tragedie, baccanali, racconti e a volte anche cazzotti. Persino quelli che mi hanno tradito, e quelli che ho tradito io. A loro devo quello che sono. Tutti, tranne pochissimi, sono rimasti in Italia. Non mi è mai passato per la testa di giudicarli perché non hanno fatto delle scelte estreme come la mia. Ma può sembrare logico accusarsi a vicenda, chi emigra e chi resta? Uno che dà del codardo all’altro perché è scappato, come se ci fosse una guerra (e poi che male ci sarebbe a scappare dalla guerra?), l’altro che si crede fico solo perché ha avuto la forza di andarsene, quando ciò non implica che automaticamente tutti vogliano emigrare. Dipende insomma da cosa uno vuole.

Etichettare chi parte e lascia l’Italia come codardo, oppure dire che automaticamente chi resta è uno sfigato, è un’analisi che trovo molto superficiale.

Non ho mai pensato di dover esplicitare questi concetti perché mi sono sempre parsi ovvi, li davo per scontati, ma è  sempre meglio specificare. Nessuno mi obbliga a partire se sto bene dove sono, nessuno mi obbliga a restare se voglio partire. Ma cazzo, è palese che ognuno di noi sia diverso, abbia diversi sogni e aspettative. Certo, non tutti hanno la forza o l’intelligenza di sapersi analizzare, sgrassare e grattare via le incrostazioni che la famiglia e la società ci hanno lasciato addosso, a furia di starci immersi fino al collo e oltre, per capire alla fine cosa è meglio decidere della propria vita.

Ma una volta capito quel che uno vuole davvero, allora è fatta. Basta seguirlo e rassegnarsi al fatto che i desideri sono cangianti e mutevoli, ma di solito seguono una direzione, un sentiero, abbastanza chiaro. E lo so che sembra una cagata new age a dirla così, ma una volta che hai tirato giù le fronde a colpi di machete, il sentiero si rivela.

L’unico che sbaglia è chi resta e  però vorrebbe andarsene, chi si lamenta della propria vita senza pianificare dei modi (per quanto pericolosi o difficili) di cambiarla. Perché questo, sì, lo dico e lo penso: se te ne vuoi andare, puoi farlo. Ma niente di più di così.

Per concludere, da buon razionalista, allego una prova oggettiva che l’ho sempre pensata in questo modo e questo è un post chiarificatore e non riparatore, e anche i peggio paranoidi saranno rassicurati. Alla pagina di un altro blog: http://www.tripluca.com/riflessioni/uncategorized/ ho scritto, nel commento numero 16:

La maggior parte degli amici che ho e’ ancora in Italia, e si tratta di persone parecchio interessanti e uniche.

E il commento è datato 30 settembre 2009. Ho sempre parlato di darsi una scrollata e inseguire i sogni, sì, ma questo non implica che i sogni giusti siano i miei e quelli degli altri siano sbagliati.

Adesso la pianto con questa logorrea di post. Spero che ci siamo capiti, eh.

Asia, I am coming!

Russia: Sunset Over Penza and The Train Station
Russia: Sunset Over Penza and The Train Station (CC) by maticulous

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January 16th, 2010 by ParkaDude | 9 Comments »

Post dal passato: Notizie da Hong Kong /2

Post originariamente pubblicato qui, in data 28/08/2008

I primi giorni sono stati terribili ma adesso mi sto ambientando. Non è tanto lo shock culturale, quanto la solitudine che mi aveva atterrito…
Ma adesso ho conosciuto un po’ di gente e la situazione sembra migliore. A furia di parlare in inglese, ogni tanto ho dei momenti buio, dei momenti di assenza, di vuoto, in cui il cervello stacca la spina e rifiuta di ragionare per tradurre. Durante tali momenti, sono solito dire, per contrappasso: “Well, I’m thinking.” Penso che mi abbiano preso per uno malato di mente che di tanto in tanto ha delle piccole crisi psicotiche e si isola in un mondo suo. Ma vé che qui non è che neanche loro siano tanto normali, eh! Le persone che ho conosciuto sono principalmente nerd terribili (con cui comunque ho vari argomenti di conversazione), qualche studente random, un po’ di gente a posto disposta al riso (in entrambi i sensi) e una persona tramite couchsurfing*, che ovviamente è di mentalità aperta e lavora per una ONG del commercio equo e solidale.

Per qualche giorno sono stato obbligato a frequentare dei workshops molto anglosassioni. Principalmente lezioni tenute in aule che sembrano cinema (poltroncina che concilia il sonno, megaschermo), che variavano tra il patetico (ad esempio una mega cazziata per evitare fenomeni di corruzione e clientelarismo, con tanto di “guardiamo il filmato”) e l’abbastanza utile (come organizzare la didattica, corsi da frequentare, etc). Il dottorato qui è diverso rispetto all’Italia: non ci si deve smarronare a seguire i tesisti (e questo è bene) ma bisogna dare qualche esame (e questo è male). Sto già cercando un metodo per saltare gli esami, ma pare dura.

(PS continuo a vivere tra la merda del mio compagno di stanza che non ritengo un homo sapiens sapiens, non tanto per questioni di DNA ma per atteggiamento. Ma questa è un’altra storia)

*Couchsurfing = mai pensato di viaggiare dormendo gratis sui divani offerti da un network mondiale di gente con la mente aperta e ben disposti verso la vita e i viaggiatori?

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August 28th, 2008 by ParkaDude | No Comments »